C’è un paradosso che ogni medico e ogni dentista conosce bene: per lavorare devi farti conoscere, ma la tua professione non è un negozio e la tua comunicazione non può somigliare a una vetrina in saldo. Così, tra il timore di sbagliare e la voglia di non sparire, molti studi restano invisibili proprio mentre, a due strade di distanza, qualcuno sta cercando su Google esattamente la loro competenza. La buona notizia è che il marketing sanitario a norma esiste, funziona ed è perfettamente compatibile con il codice deontologico: cambia solo il verbo. Non “vendere”: informare. E su quel terreno un professionista serio ha un vantaggio enorme.

Nota: questo è un articolo divulgativo di marketing, non un parere deontologico né legale. La materia della comunicazione sanitaria è delicata e in evoluzione: ogni messaggio va sempre verificato con il proprio Ordine provinciale (OMCeO) e con le linee-guida vigenti. Molti Ordini offrono un parere preventivo su richiesta: usarlo è la scelta più prudente. Qui trovi principi generali e idee operative, non una consulenza.

Cosa dice davvero il codice (e la legge)

Per medici e odontoiatri le regole viaggiano su due binari paralleli, e vanno rispettati entrambi.

Il primo binario è deontologico. Il Codice di Deontologia Medica della FNOMCeO dedica tre articoli al tema. L’art. 55 (Informazione sanitaria) chiede al medico un’informazione accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite, che non alimenti aspettative o timori infondati. L’art. 56 (Pubblicità informativa sanitaria) stabilisce che la comunicazione ha per oggetto esclusivamente i titoli professionali e le specializzazioni, l’attività professionale, le caratteristiche del servizio offerto e il compenso delle prestazioni; la pubblicità comparativa è ammessa solo in presenza di indicatori clinici misurabili, certi e condivisi dalla comunità scientifica — nella pratica, quasi mai. L’art. 57 vieta il patrocinio a fini commerciali: lo studio non è uno spazio pubblicitario per prodotti o dispositivi di terzi.

Il secondo binario è normativo. La Legge di Bilancio 2019 (L. 145/2018, art. 1, commi 525-536) ha stretto le maglie della comunicazione sanitaria; il quadro è poi stato ritoccato dal D.L. 69/2023, convertito nella Legge 103/2023. Oggi le comunicazioni informative delle strutture sanitarie private e dei professionisti iscritti agli albi possono contenere unicamente le informazioni previste dall’art. 2, comma 1, del D.L. 223/2006 (il cosiddetto “decreto Bersani”) — titoli, specializzazioni, struttura, caratteristiche del servizio e costi delle prestazioni — escludendo qualsiasi elemento di carattere attrattivo e suggestivo, comprese offerte, sconti e promozioni, che possa indurre a un ricorso improprio ai trattamenti sanitari. Il Ministero della Salute è tornato sul punto con una nota agli Ordini nell’ottobre 2023, ribadendo che l’informazione deve restare oggettiva e trasparente.

Restando ai fatti, ecco il perimetro.

Cosa puoi comunicare:

Cosa la norma tiene fuori:

Ci sono poi gli obblighi formali, che è bene sistemare una volta per tutte: ogni comunicazione dovrebbe riportare nome e cognome, titolo professionale, Ordine di appartenenza con numero di iscrizione e domicilio professionale. Per i siti web si aggiungono le informazioni richieste dal D.Lgs. 70/2003 (dati identificativi, partita IVA, contatti). Molti Ordini chiedono inoltre un’autodichiarazione di conformità alle linee-guida. E se un messaggio ti lascia il dubbio, la strada maestra è chiedere il parere preventivo all’Ordine via PEC: non è vincolante, ma è la prova che hai agito con diligenza.

Un’ultima cosa, che spesso sfugge: in caso di violazione, il comma 536 assegna agli Ordini territoriali la valutazione del singolo caso, con conseguenze sul piano disciplinare. Non è materia su cui improvvisare — ed è esattamente il motivo per cui conviene costruire la propria visibilità dentro le regole fin dal primo giorno.

Il cambio di mentalità: da “pubblicità” ad “autorevolezza”

Qui sta il punto che cambia tutto. Un negozio spinge l’offerta; un professionista della salute costruisce fiducia. Le persone non scelgono il dentista “che urla di più” o il medico con il banner più grande: scelgono chi percepiscono come competente, sereno e vicino. E la fiducia, per fortuna, non si compra con lo sconto: si costruisce spiegando, rassicurando, essendo trovabili nel momento in cui il bisogno arriva.

Il bello è che il perimetro deontologico, letto bene, ti spinge proprio dove il marketing sanitario funziona davvero: contenuti utili, chiarezza, reputazione. Tutto quello che la norma vieta — le promesse, gli sconti, i toni da spot — è anche ciò che, sul lungo periodo, porta i pazienti sbagliati. Le regole, in questo caso, ti stanno facendo un favore.

La regola d'oro della comunicazione sanitaria: puoi informare, non puoi attrarre

8 modi concreti (e a norma) per farti conoscere sul territorio

1. Contenuti che educano, non che promettono

È la leva più potente in assoluto. Articoli e guide che spiegano, in parole semplici, quello che i pazienti chiedono davvero: come si affronta un’estrazione, cosa succede durante un impianto, ogni quanto fare un controllo, come si prepara un bambino alla prima visita. Non prometti nulla: informi, con rigore e prudenza, esattamente come chiede l’art. 55. È il modo più elegante per dimostrare competenza — ed è anche ciò che i motori di ricerca premiano. Regola pratica: ogni contenuto deve poter essere letto dal tuo Ordine senza che nessuno alzi un sopracciglio.

2. Farsi trovare quando ti stanno già cercando

Quando una persona cerca “dentista + la tua città” o “visita specialistica + zona”, tu devi esserci. Una scheda Google Business Profile curata — orari corretti, indirizzo, foto sobrie dello studio, prestazioni descritte in modo oggettivo — e un buon posizionamento locale ti fanno comparire nel momento esatto del bisogno. Non è pubblicità invasiva: è la forma più pulita di visibilità, perché è il paziente a muovere il primo passo.

3. Un sito a norma prima ancora che bello

Il sito è la sede digitale dello studio, e per un professionista sanitario ha un doppio compito: comunicare bene e stare dentro le regole. Servono i dati identificativi completi, l’Ordine e il numero di iscrizione, le prestazioni descritte in modo oggettivo, il tariffario se scegli di pubblicarlo, l’informativa privacy fatta come si deve. Tono sobrio, niente superlativi, niente “il migliore”. Aggiungi tempi di caricamento rapidi e una versione mobile impeccabile: metà dei tuoi pazienti ti guarderà dal telefono, magari dalla sala d’attesa di qualcun altro.

4. Social e LinkedIn, con la voce giusta

I social non sono vietati: è vietato usarli come un volantino. Funzionano benissimo per la divulgazione — un consiglio di prevenzione, la spiegazione di una procedura, il dietro le quinte dello studio con il personale che lavora. LinkedIn, poi, è il posto naturale per il profilo professionale, i percorsi formativi e i congressi. Anche le campagne a pagamento non sono precluse in quanto tali, ma attenzione: il contenuto sponsorizzato resta soggetto agli stessi limiti, quindi niente offerte, sconti o messaggi emotivi. Chi le usa bene, in ambito sanitario, le usa per spingere la divulgazione, non la vendita.

5. Recensioni: con misura, e senza farne una leva

Le recensioni spontanee dei pazienti sono un fatto della vita digitale e contano molto nella scelta. Il consiglio prudente è semplice: lascia che arrivino, rispondi con garbo — ringraziando, senza mai entrare nel merito clinico né confermare che quella persona è tua paziente, perché il segreto professionale viene prima di tutto — ed evita di trasformarle in materiale promozionale, di sollecitarle in cambio di qualcosa o di costruirci sopra una campagna. Le testimonianze suggestive e gli influencer, come detto, restano fuori dal perimetro.

6. Divulgazione dal vivo: il territorio si conquista di persona

Una serata sulla prevenzione in una sala parrocchiale, un incontro in una scuola, un intervento in un’associazione sportiva o al centro anziani. Sono occasioni in cui parli da professionista che divulga, non da studio che si promuove — e l’art. 55 chiede proprio, in questi contesti, di evitare la pubblicità diretta o indiretta della propria attività. Fatto con questo spirito, è il modo più antico e più efficace di farsi conoscere: la gente ti vede, ti ascolta, si fida.

7. La newsletter: il rapporto continua dopo la visita

Una mail periodica ai pazienti che hanno acconsentito a riceverla, con contenuti di prevenzione, richiami stagionali e informazioni pratiche sullo studio. È un canale sobrio, di servizio, che tiene vivo il rapporto senza inseguire nessuno — e che ti consente di comunicare novità organizzative (nuovi orari, un nuovo collaboratore, una nuova attrezzatura) nel modo più corretto possibile. Ovviamente con il consenso raccolto a norma e la possibilità di disiscriversi sempre in evidenza.

8. Rete tra professionisti e stampa locale

Il passaparola tra colleghi è ancora il canale numero uno per un professionista sanitario, e si coltiva: rapporti veri con medici di base, farmacie, fisioterapisti, altri specialisti. In parallelo, la stampa locale apprezza le voci competenti: una rubrica di prevenzione o un commento esperto su un tema di salute pubblica ti posiziona come riferimento del territorio, senza che tu abbia mai “fatto pubblicità” nemmeno per un secondo.

La regola d’oro

Prima di pubblicare qualsiasi cosa, fatti una domanda sola: questo messaggio informa o attrae? Se descrive in modo oggettivo chi sei, cosa fai e quanto costa, sei nel perimetro. Se punta a suscitare un’emozione, creare urgenza o convincere qualcuno a fare un trattamento che non aveva in mente, sei fuori. Puoi informare. Non puoi attrarre.

Cosa evitare assolutamente

Un esempio concreto

Immaginiamo uno studio odontoiatrico di provincia, due professionisti e un’igienista, conosciuto in paese ma praticamente assente online. La tentazione classica sarebbe la promozione: “prima visita gratuita”, “sbiancamento a prezzo speciale”. Fuori perimetro, e per giunta poco utile a portare i pazienti giusti.

La strada a norma è un’altra. Si parte dalla base: sito rifatto con i dati identificativi completi, prestazioni descritte in modo oggettivo, tariffario chiaro, tempi di caricamento buoni. Poi la scheda Google sistemata bene, con orari corretti e foto sobrie dello studio. A quel punto si costruisce, con calma, una piccola biblioteca di contenuti utili: cosa fare quando salta un’otturazione, come si affronta la prima visita di un bambino, ogni quanto serve una seduta di igiene. Nel frattempo, l’igienista tiene un incontro sulla prevenzione in una scuola elementare della zona e lo studio manda ai pazienti consenzienti una mail di richiamo due volte l’anno.

Nessun claim, nessuna promessa, nessuno sconto. Solo un professionista che si rende trovabile e comprensibile. È un lavoro che richiede mesi, non giorni — ma i pazienti che arrivano così sanno già chi sei, come lavori e quanto costa. E questo, in uno studio, si sente.

Da dove iniziare (i primi 3 passi)

Se parti da zero, non serve fare tutto insieme. Bastano tre mosse, in quest’ordine:

Come muoverti

La verità è che il marketing sanitario, fatto bene, non è “vendere lo studio”: è rendere visibile e comprensibile la competenza che già hai, nel modo che la professione consente. È più lento della promozione, certo. Ma porta pazienti più consapevoli, riduce le incomprensioni sui preventivi e — dettaglio non secondario — ti tutela, perché nasce già dentro le regole.

Noi di Marketing Romagnolo aiutiamo studi medici e odontoiatrici a farsi conoscere sul territorio con gusto, autorevolezza e pieno rispetto delle regole deontologiche, senza togliere il tocco umano — e romagnolo. Se hai uno studio e vuoi capire come diventare il riferimento della tua zona restando a norma, facciamo due chiacchiere: una call, zero impegno, e ti diciamo da dove conviene partire. E zò!

Fonti

Scritto da

Luca Masrè Passaro

Fondatore di Marketing Romagnolo, la web agency di Imola. Autore del libro «Manuale di sopravvivenza» e voce dell'omonimo podcast. Aiuta le attività del territorio a farsi trovare su Google e a trasformare l'attenzione in clienti veri.

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