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Storie di Brand: Lego, come si risorge da un quasi-fallimento

Di Luca Masrè Passaro 6 min di lettura
Storie di Brand: Lego, come si risorge da un quasi-fallimento
In questo articolo
  1. Come si finisce sull’orlo del baratro facendo “tutto”
  2. Arriva chi ha il coraggio di togliere
  3. Il mattoncino, e le persone che lo amavano
  4. Cosa c’entra tutto questo con la tua azienda a Imola
  5. Se anche tu senti di fare troppe cose

All’inizio degli anni Duemila, l’azienda che aveva insegnato a mezzo mondo a costruire era a un passo dal non riuscire più a pagare i propri conti. Lego, il mattoncino danese di Billund, macinava perdite pesanti anno dopo anno e nel 2004 si trovò a fare i conti con una parola che nessuno voleva pronunciare: bancarotta. Non un marchio qualsiasi, non un prodotto di moda passeggera. Uno dei giocattoli più amati e riconosciuti del pianeta stava per finire.

La cosa interessante, per chi come te manda avanti un’impresa, non è tanto la caduta. È come ne è uscita. Perché Lego non si è salvata inventando qualcosa di nuovo. Si è salvata tornando a fare, meglio di chiunque altro, l’unica cosa che sapeva fare davvero. E qui dentro c’è una lezione di posizionamento che vale per una PMI romagnola tanto quanto per una multinazionale del giocattolo.

Come si finisce sull’orlo del baratro facendo “tutto”

Il paradosso è che Lego non era in crisi per pigrizia. Era in crisi per iperattività. Negli anni precedenti l’azienda aveva fatto quello che sembra sempre la mossa giusta quando le cose rallentano: diversificare. Aprire su ogni fronte. Provarle tutte.

Così erano nati parchi a tema Legoland da gestire come pesanti operazioni immobiliari, linee di abbigliamento, orologi, videogiochi, gioielli per bambine, action figure che con il mattoncino c’entravano poco o nulla. In parallelo, il catalogo dei pezzi era esploso: migliaia e migliaia di elementi diversi, molti dei quali disegnati apposta per un singolo set e mai più riutilizzati. Ogni nuovo componente significava nuovi stampi, nuovi costi, nuova complessità in magazzino e in produzione.

Il risultato è quello che un imprenditore conosce fin troppo bene: tanta attività, tanto movimento, tanti progetti aperti, e i soldi che invece di entrare escono. L’azienda era diventata larghissima e sottilissima. Faceva mille cose discrete e nessuna che tirasse davvero il carro.

Il segnale che vale anche per te. Quando aggiungi servizi, linee di prodotto e mercati sperando che qualcosa “ingrani”, di solito non stai crescendo: stai diluendo. La diversificazione affamata di risultati è spesso il sintomo di un posizionamento che si è perso, non la cura.

Arriva chi ha il coraggio di togliere

Nel 2004 alla guida arriva Jørgen Vig Knudstorp, un ex consulente di McKinsey, il primo amministratore delegato scelto fuori dalla famiglia fondatrice. Non porta una rivoluzione fatta di idee nuove e scintillanti. Porta qualcosa di molto più difficile da vendere in una riunione: la sottrazione.

La sua diagnosi è spietata e semplice. Lego si è allontanata dal mattoncino. Ha smesso di chiedersi perché la gente la amava. Ha inseguito trend che appartenevano ad altri, mentre il suo terreno, quello dove nessuno poteva batterla, veniva trascurato.

Da lì parte una cura che fa male ma funziona. Si taglia il superfluo: le attività lontane dal cuore dell’azienda vengono ridimensionate o cedute, i parchi a tema escono dalla gestione diretta. Si sfoltisce drasticamente il numero di pezzi unici, riportando il catalogo verso elementi standard, riutilizzabili, che si incastrano tra loro set dopo set. Si rimette ordine nei costi e nella logistica. Meno referenze, meno stampi, meno dispersione.

Non è il gesto eroico del genio creativo. È il gesto disciplinato di chi ha capito che, prima di tornare a costruire, bisogna smettere di sbriciolarsi.

Il mattoncino, e le persone che lo amavano

La seconda mossa è ancora più istruttiva. Knudstorp e la sua squadra tornano a mettere al centro il prodotto e, soprattutto, chi quel prodotto lo ama.

Lego riscopre i suoi fan. Non solo i bambini: gli adulti appassionati, quelli che nel mondo Lego vengono chiamati AFOL, Adult Fans of Lego, che costruivano, modificavano, chiedevano set più ambiziosi. Persone che l’azienda per anni aveva quasi ignorato, e che invece erano la sua comunità più fedele e più competente. L’azienda ricomincia ad ascoltarli, a coinvolgerli, a costruire con loro invece che solo per loro.

In parallelo, il mattoncino torna protagonista con collaborazioni forti e coerenti, come le licenze legate a mondi che i bambini già adoravano, e con set che valorizzavano proprio la cosa che rendeva Lego unica: l’incastro, la costruzione, la libertà di rifare tutto in un altro modo. Non un giocattolo qualsiasi. Quel sistema, riconoscibile tra mille.

Nel giro di pochi anni i conti tornano in ordine e l’azienda riparte, avviando una delle rinascite industriali più studiate degli ultimi vent’anni. Non perché abbia trovato una scorciatoia, ma perché è tornata a essere sé stessa in modo ossessivo.

La regola dietro la rinascita. Un marchio non si rafforza aggiungendo cose che potrebbe fare. Si rafforza difendendo, curando e amplificando l’unica cosa per cui la gente lo sceglie invece di scegliere un altro.

Cosa c’entra tutto questo con la tua azienda a Imola

Ti sembrerà lontano dal tuo mondo. Non lo è. La trappola in cui è caduta Lego è esattamente quella in cui cade la piccola e media impresa che va bene, poi rallenta, e per reagire comincia ad allargare l’offerta in ogni direzione.

La falegnameria che inizia a fare anche serramenti, anche arredo, anche posa, anche piccole ristrutturazioni. Il ristorante che aggiunge pizza, sushi, aperitivi e catering. Il consulente che dice di sì a qualsiasi progetto pur di non lasciarlo per strada. Ognuna di queste mosse, presa da sola, sembra prudente. Messe insieme, cancellano la risposta alla domanda più importante che un cliente si fa: per quale cosa preciso dovrei venire proprio da te?

La storia di Lego dice una cosa scomoda e liberatoria allo stesso tempo. Spesso la crescita non è aggiungere: è potare. È avere il coraggio di rispondere a quella domanda in modo netto, tagliare quello che ti distrae e concentrare tempo, budget e teste sulla cosa che sai fare meglio di chiunque nel tuo territorio. È esattamente il cuore di un lavoro serio sul posizionamento del tuo marchio: non decidere cosa puoi offrire, ma decidere cosa vuoi essere.

C’è un altro tassello. Lego non è ripartita chiusa nel suo ufficio marketing: è ripartita ascoltando i suoi fan. Le tue recensioni, i clienti che tornano, quelli che ti raccomandano al vicino di casa, sono i tuoi AFOL. Ti stanno già dicendo per cosa vali. Il punto è smettere di rincorrere ciò che fanno gli altri e ricominciare ad ascoltare loro.

Non serve essere sull’orlo del fallimento per fare questo ragionamento. Anzi, il momento migliore è quando le cose vanno abbastanza bene da poter scegliere con lucidità. È lo stesso spirito con cui vale la pena affrontare la pianificazione dell’anno che verrà: non un elenco di cose nuove da fare, ma una decisione onesta su cosa smettere di fare. E se hai già una storia di rinascita che ti somiglia, quella di Patagonia e del suo secondo atto racconta la stessa idea da un’altra angolazione: un marchio forte è un marchio che sa cosa non è.

Se anche tu senti di fare troppe cose

La domanda da portarti a casa non è “cos’altro posso offrire”. È “cosa posso togliere per tornare a essere riconoscibile”. È la domanda più difficile, perché tagliare fa paura molto più che aggiungere. Ma è quella che ha rimesso in piedi Lego, ed è quella che rimette a fuoco anche le imprese del nostro territorio.

Se hai la sensazione di esserti allargato troppo e di aver perso il filo di cosa ti rende diverso, a volte basta un occhio esterno per rimettere ordine. Prenota una call con noi: partiamo dalla tua storia, guardiamo insieme dove ti stai disperdendo e ragioniamo su quale mattoncino, nel tuo caso, vale la pena rimettere al centro.

Scritto da

Luca Masrè Passaro

Fondatore di Marketing Romagnolo, la web agency di Imola. Autore del libro «Manuale di sopravvivenza» e voce dell'omonimo podcast. Aiuta le attività del territorio a farsi trovare su Google e a trasformare l'attenzione in clienti veri.

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